I Quaderni di Polimnia

Presentazione

La psicanalisi è una cura? Freud e tutte le generazioni di psicanalisti successive non hanno mai avuto dubbi nel rispondere affermativamente, pur precisando che gli effetti terapeutici dell’analisi non costituiscono il suo scopo principale ma solo una delle sue conseguenze, d’altronde nemmeno cercata. Per quanto venga incontrata inizialmente come una domanda di cura, l’analisi non vi si riduce, non vi si conforma. In proposito, le affermazioni del suo inventore, anche le più perentorie, sono puntualmente appaiate da negazioni: l’analisi è una cura, ma al tempo stesso non lo è (e sicuramente non è una cura medica). Lo scopo, il fine dell’analisi rimane indefinito, non lo si può conoscere anticipatamente, tanto meno lo si può dichiarare in modo univoco. Basta infatti che essa sia orientata verso un fine conosciuto in anticipo, ben determinato e condiviso, fosse pure quello della cura, e che l’analista sia riconosciuto come il suo “direttore”, perché il transfert da «messa in atto della realtà dell’inconscio» si trasformi nella messa in atto di una qualunque altra “realtà”, e in primo luogo di quella supposta essere detenuta e garantita dall’analista stesso: non è forse che il “paziente” deve essere diretto?

Invece dell’habitus del dottore, proponiamo di far indossare all’analista quello di un ricercatore senza fine intento alla ricerca infinita sui fondamenti della psicanalisi, che ogni singola analisi mette rischiosamente alla prova, insieme all’analista stesso.

I Quaderni di Polimnia invitano, in questo delicato momento della sua storia, a accendere un dibattito a più voci e a più lingue sulla ricerca della psicanalisi “oltre il Novecento”, ponendo la questione di ciò che di essa va tenuto o va lasciato.

Chi condividesse, anche criticamente, almeno alcune delle questioni poste dai Quaderni, può inviare un suo scritto a: info@polimniadigitaleditions.com; dopo essere stato valutato dalla redazione, verrà pubblicato e possibilmente tradotto in un prossimo numero [massimo trenta-quaranta cartelle in formato A4].


Quaderno I - Giovanni Sias, La Psicanalisi Oltre Il Novecento

Giovanni Sias, La psicanalisi oltre il Novecento
I Quaderni di Polimnia, di cui presentiamo qui il primo numero, che stabilisce l’orizzonte di questioni (e che è offerto gratuitamente come tutti quel-li che seguiranno), intendono riaprire un dibattito a più voci e a più lingue (i Quaderni saranno tradotti in inglese, francese tedesco, spagnolo) per rilanciare il gesto sovversivo della psicanalisi, considerata non come una professione medica – una psicoterapia di Stato – che si prefigge di normalizzare o, in alternativa, di reprimere o isolare, ma come un’esperienza eccezionale che ciascun analizzante rinnova nella “scoperta dell’uomo” che è. Quando non è più niente!

Quaderno II - Moreno Manghi, Ci Prendono Per Fessi. La Legge (56/89) Della Manipolazione E Dell'inganno

Moreno Manghi, Ci prendono per fessi
La psicoterapia è solo un caso particolare della vita relazionale quotidiana, mentre molti vorrebbero che la vita relazionale quotidiana o fosse del tutto estranea alle specifiche modalità relazionali concettualizzate all’interno del loro orientamento psicoterapico, o addirittura obbedisse a queste ultime.
Non ci sono, né possono esserci in alcun modo degli atti psichici riservati per legge a qualcuno in particolare come suoi “atti tipici”, compresa la diagnosi, la somministrazione di test psicologici, l’interpretazione, l’indagine sui processi mentali e tutti quegli “interventi finalizzati a modificare l’universo psicologico del soggetto”. Ciascuno di questi atti, al di là dell’inganno con cui li si vuole millantare come medici, sono da sempre i normali “atti tipici” di ciascuno, che pratichiamo continuamente, in qualunque momento della giornata, perfino da bambini, anche se li designiamo comunemente con altri nomi.

Quaderno III - Vincenzo Liguori, Contro La Scuola

Vincenzo Liguori, Contro la scuola
Chi parla in questo esile libello è l’esegnante, ossia colui che non insegna o, per meglio dire, colui che lascia fuori i suoi segni.
La sua voce si manifesta per dire quello che tutti – forse – hanno sempre pensato ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dire: insegnare è per spiriti deboli, un atto inane e inoffensivo che allontana dalla vertigine della conoscenza, quella che si conquista soltanto lontano dalle aule scolastiche, luoghi in cui un sapere annacquato viene distribuito talvolta con obbligo scolastico.
L’esegnante, invece, “da fuori”, come uno straniero, tenta di tracciare quell’incolmabile solco tra conoscere e istruirsi.
Egli ha l’impudenza di dire che «la conoscenza è dovuta a un avvenimento inatteso, al caso o a un incontro fortuito. La conoscenza è regolata dalla stocastica».
Così, con una prosa insolente e spregiudicata, egli affronta l’argomento come farebbe un moralista d’altri tempi o uno di quei philosophes del passato redattori di trattatelli licenziosi, anonimi e clandestini.
Ciò che qui si delinea, insomma, è un diverso modo di intendere il sapere e la conoscenza che sono stati messi fuori gioco dall’insegnamento. Sì, perché dopotutto è proprio un atto d’accusa all’insegnamento che qui si è voluto riassumere con l’espressione “contro la scuola”.

Quaderno IV - Antonello Sciacchitano, Psicanalisi Di Frontiera

Antonello Sciacchitano, Psicanalisi di frontiera

La congettura che in questo scritto metto alla prova – che già con il suo creatore la psicanalisi freudiana abbia originariamente rimosso la scienza galileiana grazie a una fissazione alla scienza aristotelica, in particolare alla Fisica di Aristotele, che ha dominato la cultura occidentale per quasi due millenni e tuttora sopravvive nel senso comune. In particolare Freud avrebbe originariamente rimosso la nozione di infinito come tutti gli scolastici – mi è suggerita dal lavoro di un autore, Paul Federn, che riuscì a gettare uno sguardo nella rimozione originaria del fatto scientifico, originariamente collettiva prima che individuale, grazie a un approccio topologico alla psicanalisi, segnatamente alla concezione freudiana del narcisismo. L’individuazione di frontiere dell’Io – Ichgrenze – fu possibile a Federn solo grazie a una mentalità “locale” che mirava a stabilire cosa accade negli intorni dei singoli punti dell’Io, in particolare intorno ai punti di frontiera, a prescindere dalla sorte “globale” dell’intera “provincia” dell’Io. Leggendo Federn risuona alle mie orecchie il detto di Lacan: “L’analisi non progredisce che dal particolare al particolare”.

Quaderno V - Gabriella Ripa Di Meana, Se Abbiamo Perduto Giobbe...

Gabriella Ripa di Meana, Se abbiamo perduto Giobbe...

Che cosa insegna il Libro di Giobbe agli psicanalisti?

La parola di Giobbe, la parola della sventura, che d’un colpo, se solo lo vogliamo, se non la sconfessiamo, possiamo ritrovare sulla bocca muta di tutti gli sventurati di oggi, è una parola in grado di sostenere lo scontro coi discorsi di regime, di prestar voce a una coscienza collettiva silenziata dal battage quotidiano della terapia, che arriva da tutte le parti con lo scopo precipuo di mettere le cose a posto. Se abbiamo perduto Giobbe, con le sue domande folgoranti e indocili, abbiamo anche simultaneamente perduto l’altro.